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Archive for settembre 2014

Scatole vuote

scatole

Quando decisi di avere un blog, l’idea principe era quella di parlare di problematiche socio-politiche, non senza qualche incursione in campo letterario o musicale.

Questa mia scelta era dettata da diversi fattori, innanzitutto la collimazione tra scelta professionale e se volete, inclinazione sentimentale nonché la concomitanza tra conoscenze nel campo della tecnica legislativa e animus! Questo non significa voler assurgere per forza al profilo di un politologo, attività che io ritengo inesistente da un punto di vista culturale, almeno nella misura in cui possono definirsi tali qualsiasi cittadino informato su problematiche socio-politiche per non parlare dei tanti laureati in Scienza politiche, Giurisprudenza, Sociologia…!

Mio malgrado mi sto rendendo conto dell’inutilità della mia così come di tante altre opinioni, è semplicemente una moda, un lusso estetico che lascia tutto il tempo che trova, meglio sarebbe cambiare profilo e dedicarsi a settori dell’arte in cui “l’opinione” assume un valore estetico anche se relativo!

Ho l’impressione che le scelte politiche siano del tutto svincolate dal contesto socio-politico di riferimento, basta guardare all’asse governativo! Inoltre, la cosa paradossale nasce nel momento stesso in cui le cure che si adottano per poter alleviare i mali dell’Italia, sono spesso inutili, strumentali, inique!

Ma la mia opinione è una goccia nell’oceano, destinata per limiti informatici e forse culturali a restare relegata nell’ambito di un piccolo blog di provincia –appunto inesistente!?- Ma osservate un po’ la “grande informazione, a quelli che fanno e regolano le posizioni dei cittadini in Italia, i tanti salotti TV con i loro conduttori i loro blasonati ospiti, politici ed esperti, per non parlare della carta stampata, osservateli bene e riflettete bene sulla Loro condizione, formazione, curriculum, accesso alla carriera! Selezionati per bellezza e meriti, sorridenti, vincenti, maledettamente benestanti, molti sono militanti di lungo corso, e chiedeteVi bene:<<a cosa serve il loro lavoro, a quale etica professionale rispondono?!>> Fanno un’informazione sterile, inutile, approssimativa, sempre uguale a se stessa! Se non fosse così, mi spiegate perché in Italia ci sono così tanti problemi, gli stessi da una vita, e ad affrontarli la stessa classe politica e gli stessi editori?! Ebbene tutti costoro pretendono di dirti cosa è giusto e cosa è ingiusto, giusto per chi? Se non per loro e per i loro editori o gruppi finanziari e politici di riferimento!

Io li guardo queste soubrette, i giovani sono uguali ai vecchi o fingono di essere alternativi, la loro giornata lavorativa è fatta di chiacchiere inutili, spesso reperiscono le informazioni solo dalle agenzie di stampa, senza verificarle nemmeno, non leggono gli atti legislativi, sono incapaci di compararli, fingono, si arrabbiano, spesso si accoppiano tra di loro si affliggono per i problemi del Paese, ma dall’alto dei loro stipendi non conoscono la sofferenza di una famiglia che non arriva a metà mese.

Probabilmente il mio rancore nasce dal fatto che non ho mai accettato il fatto che chi lavora per la pubblica amministrazione -intesa in senso lato- politici, funzionari, giornalisti etc. possano diventare milionari, e ce ne sono tanti, troppi e inutili, gli stessi che ascoltiamo la sera magari troppo stanchi per non fare un uso da quinto potere del televisore.

Se solo l’informazione fosse più giusta, non gestita dai partiti, dai gruppi di potere editoriali, dalle banche, allora i cittadini avrebbero una più forte consapevolezza dei problemi e delle responsabilità e agirebbero di conseguenza, invece ad ogni elezione, siamo sempre punto e a capo, i soliti noti idioti che puntellandosi a vicenda procrastinano il proprio potere aspettando lo show di turno per esibire la propria mediocrità anche al costo di beccarsi un lauto e immeritato stipendio!!!

Sono convinto che i mali della classe dirigente italiana, siano da individuarsi all’interno della stessa collettività italiana, che li produce continuamente a propria immagine e somiglianza, siamo quello che votiamo e quello che votiamo riproduce tutti i nostri incubi, abbiamo una falsa idea del concetto di democrazia, di libertà, ma le vere democrazie non produrrebbero mai gli orrori che l’attuale regime istituzionale sta regalando agli italiani. Spesso ci fronteggiamo gli uni con gli altri nella difesa di presunti diritti, ma quei diritti altrettanto spesso servono unicamente a difendere quegli assi di potere su cui altri ergono il proprio dominio, la piramide che né scaturisce ha una base sempre più larga e schiacciata. Nel frattempo il mondo è cambiato, l’economia è sempre più schiacciata dalla finanza, il virtuale domina sempre più sul pensiero collettivo, la stessa concezione del diritto e l’elaborazione della norma che da esso ne deriva se non viene contestualizzata in una società globalizzata, è priva di efficacia.

Intanto il tempo da vivere si riduce sempre di più, chiusi fra quattro mura, o tra le pagine di un libro, oppure nel dedalo del web, lo spendiamo inutilmente alla ricerca di semplici scatole vuote.

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Incapaci perché intelligenti. Ignoranti perché saggi. Retorici perché ignoranti e incapaci. Le principali accuse che l’opinione pubblica rivolge alla classe politica hanno anche spiegazioni razionali. Che rivelano una malattia molto seria della democrazia italiana. E di molto difficile cura.

di Guido Ortona [1]

Se chiedete al cittadino italiano tipico cosa pensa del politico tipico ci sono buone probabilità che risponda che lo ritiene un ladro, un incapace, un ignorante e uno che dice solo vuote banalità[2]. La prima accusa è sovente ingenerosa e frutto di disinformazione e/o di indebita generalizzazione. Le ultime tre però corrispondono a un’evidenza empirica troppo ampia per potere essere ignorata.

Cosa spinge un politico a dire che non ci sarà una manovra economica salvo a contraddirsi pochi giorni dopo, o ad escludere categoricamente un’amnistia, salvo poi approvarla pochi giorni dopo, in entrambi i casi facendo la figura dell’incapace? Oppure a schierarsi decisamente a favore dell’Ucraina contro la Russia, salvo poi (cfr. “Le Iene” del 19 marzo) dimostrare di non sapere nulla del problema, e risultando quindi palesemente ignorante? E cosa fa sì che i politici non dicano nulla, o dicano solo slogan, riguardo ai problemi più gravi del paese, in primo luogo la crisi economica?

Se chiedete a un politico del PD (ma anche di partiti non della maggioranza) cosa farebbe per rilanciare l’economia risponderà probabilmente che “bisogna fare le riforme e allentare l’austerità”. Se gli si chiede quali riforme si spingerà forse fino a dire “riforma del mercato del lavoro”, ma certo non dirà come vuole riformarlo, se non forse per qualche fumoso accenno a una maggiore flessibilità; e se gli si chiede cosa si fa una volta allentata l’austerità risponderà (se è onesto) che non lo sa. Interrogato sul perché di questi comportamenti l’uomo della strada, come abbiamo visto, tenderà a rispondere che il motivo è che i politici sono incapaci e/o che pensano solo a prendere lo stipendio e a niente altro. Ma questi comportamenti sono troppo diffusi perché queste risposte possano essere soddisfacenti, anche se la seconda, come vedremo, contiene un bel po’ di verità. Deve esserci qualche motivo razionale. La ricerca di questo motivo è l’argomento di questo articolo.

Incapaci perché intelligenti

La figura cruciale per capire il comportamento di un partito come il PD è quella che possiamo chiamare il quadro. Costui è un soggetto il quale può ottenere una carica o una posizione amministrativa utile grazie a un processo a due stadi: la designazione da parte del partito e la successiva nomina da parte dell’autorità competente (o dell’elettorato); il secondo passaggio presuppone il primo. L’esempio più ovvio è il candidato al parlamento che diviene parlamentare; ma ce ne sono molti altri – il possibile dirigente di una ASL, il possibile consigliere d’amministrazione di una banca, ecc. In effetti, tutti i politici professionisti sono in questa condizione, tranne che nel caso –una volta relativamente comune, e oggi molto marginale- che la militanza sia diffusamente sostenuta da una scelta etica (o da un patrimonio famigliare) in misura tale da rendere il soggetto indifferente alle sue fortune personali. Se escludiamo questi casi, un politico professionista non può fare a meno dell’appoggio del partito. Si potrebbe obbiettare che potrebbe farne a meno se potesse “correre da solo”, ma in una democrazia moderna tale possibilità è remota.

Nella situazione attuale (ma “attuale” qui significa “da parecchi anni”) il quadro di un partito di governo (o che pensa di avere buone possibilità di divenire tale alle elezioni successive), come il PD, si trova ad operare in una situazione difficile. Le difficoltà nascono dalla necessità imposta dalla situazione economica di fare delle scelte che scontentano dei soggetti importanti, dal punto di vista del numero di voti e/o da quello del potere economico. In una crisi come quella attuale i soldi sono pochi, e diminuiscono: bisogna inevitabilmente scontentare qualcuno, e questo qualcuno potrà effettuare ritorsioni dannose per chi è responsabile delle politiche relative. Ho sottolineato il termine “responsabile” perché è cruciale per il nostro ragionamento.

Il problema del quadro è evitare di essere ritenuto responsabile della politica che causa malcontento. Infatti se ciò succede le sue possibilità di carriera saranno inevitabilmente compromesse, e tanto più quanto la situazione è grave (e quindi, presumibilmente, il malcontento è profondo): il partito preferirà promuovere, quale che sia la carica in questione, un soggetto non esposto al malcontento piuttosto che qualcuno che lo è (costui anzi sarà un ottimo candidato a diventare il capro espiatorio, come nel caso, per esempio, di Tremonti sotto Berlusconi). Se poi il partito non è composto da gentiluomini e gentildonne di elevata moralità (e che di solito non lo sia sembra indubbio), allora si aggiunge un problema ulteriore: creare conflitti di opinione entro il partito espone al rischio di essere fatto fuori dalla concorrenza interna. E tutto questo senza contare l’astio che inevitabilmente suscitano i “whistlebowers” fin dai tempi di Cassandra. Quando le cose vanno male conviene stare zitti. Il nostro quadro, proprio in quanto non incapace,preferirà allora evitare di fare proposte che possano dispiacere a qualcuno: sarebbe inutile per la sua causa e dannoso per lui. E dal momento che questo sarà il comportamento tipico dei quadri, il partito non potrà elaborare e proporre politiche efficaci. L’unico che potrà farlo sarà il Capo, purché sia sufficientemente immune dalla concorrenza. Le analogie fra Renzi e Stalin, ovviamente in situazioni molto diverse dal punto di vista della gravità della crisi, del conflitto e delle sanzioni comminate, non sono casuali.

E’ importante notare che non è sempre stato così in altre crisi economiche di gravità paragonabile. La Long Depression di fine ottocento è stata affrontata dall’Inghilterra e dalla Francia con la creazione degli imperi coloniali; Hitler ha “risolto” la crisi della Germania espropriando gli ebrei[3]. In entrambi questi casi (e in altri) la crisi è stata pagata da qualcuno esterno alla collettività, e quindi senza particolari sacrifici per i membri di essa (donde la popolarità dell’imperialismo e del nazismo). Oggi, fortunatamente, soluzioni di questo tipo sono impraticabili, almeno in Italia; non è detto che lo siano anche domani.

Ignoranti perché saggi

Abbiamo quindi trovato la spiegazione della prima delle accuse che l’opinione pubblica rivolge alla classe politica, l’incapacità. Veniamo alla seconda, l’ignoranza.

Supponiamo che il nostro quadro tipico sappia che esistono politiche praticabili e utili, che però necessariamente scontentano qualcuno. Sa anche, come abbiamo visto, che se proponesse di attuarle non verrebbe ascoltato, e sarebbe emarginato (o peggio) all’interno del partito. Egli si trova evidentemente in una posizione scomoda, quanto meno nei confronti della propria coscienza; ma probabilmente anche nei confronti dell’opinione pubblica. A maggior ragione se è un esperto: in un eventuale confronto con altri esperti, per esempio in un dibattito, questi gli segnaleranno l’esistenza di quelle politiche, e lui dovrà scegliere se dirsi d’accordo con le conseguenze che abbiamo visto o danneggiare seriamente la sua reputazione d’esperto. Potrei citare parecchi esempi in cui mi sono imbattuto personalmente. Il più vistoso probabilmente è quello di un deputato PD che è anche un maître à penser abbastanza noto. Ha scritto alcuni importanti articoli contro l’Italicum, da lui giustamente ritenuto un attentato alla democrazia; salvo poi votare a favore. Quando, durante un dibattito, gli ho chiesto il perché di questa evidente contraddizione ha risposto, con ovvio imbarazzo e poca logica, che la legge sarebbe stata modificata al Senato.

C’è però un modo di risolvere il dilemma: e cioè ignorare che una politica praticabile (ma che scontenta qualcuno) esiste. Nessuno obbliga il funzionario a ricevere informazioni. Se non sa le cose non avrà problemi di coscienza; e messo di fronte a una proposta interessante potrà dire, credibilmente, che ci penserà, salvo poi non farlo. Si potrebbe ritenere che questo machiavellismo di secondo ordine non esclude il problema della coscienza in quanto il nostro protagonista deve attivarsi per non ricevere informazioni, ma non è così. La sua giornata è piena di impegni improrogabili: gli sarà facile e spontaneo “non avere tempo” per approfondire certi argomenti, avendo molte cose serie e importanti di cui occuparsi. Lui non c’entra con quella questione – quale che essa sia. Deve occuparsene qualcun altro. Leggiamo in Guerra e Pace che alla vigilia della battaglia di Austerlitz il più alto in grado degli aiutanti dello zar dice a un disperato Kutuzov che lui si occupa delle cotolette e del riso, e tocca a qualcun altro occuparsi della guerra. Il guaio è che nel nostro caso questo qualcun altro semplicemente non esiste.

Anche su questo punto posso citare un esempio, particolarmente drammatico, che ho vissuto -o meglio sto vivendo- personalmente.

Uno dei problemi più gravi oggi in Italia è il sottodimensionamento del settore pubblico. Nel nostro paese ci sono circa 3.300.000 pubblici dipendenti; la Francia e il Regno Unito, paesi paragonabili come abitanti e (sempre meno) come livello di sviluppo ne hanno quasi il doppio. Persino gli USA hanno un numero di dipendenti pubblici rapportato alla popolazione sensibilmente più alto dell’Italia, anche escludendo il personale militare[4]. Questi dati indicano che molto probabilmente il sottodimensionamento del settore pubblico è uno dei principali ostacoli alla ripresa dell’economia e dell’occupazione, ed è chiaro che in queste condizioni le politiche dispending review devono essere molto caute. Un gruppo di economisti e sociologi delle Università del Piemonte Orientale e di Torino sta lavorando sui questo tema; quando abbiamo cercato di parlarne con qualche politico della maggioranza abbiamo ricevuto risposte che andavano da un offensivo “non è vero” a “ho cose più urgenti per la testa.”

E’ molto importante notare che l’ignoranza e l’incapacità interagiscono a spirale. Un ignorante è per ciò stesso anche incapace; e un incapace non sa dove prendere le informazioni che occorrono per smettere di essere tale, anzi abbiamo visto che preferisce non farlo. Non a caso, ma paradossalmente, l’inettitudine del governo è assunta dal governo stesso come un vincolo insuperabile. E questo non sempre in mala fede: quando si dice per esempio che non si possono colpire i paradisi fiscali è ovvio che c’è chi preferisce non colpirli; ma ottenere questo risultato gli sarà tanto più facile quanto più il parlamentare tipico ignorerà cosa voglia dire “paradiso fiscale”.

Retorici perché ignoranti e incapaci

Abbiamo visto quindi che a un politico conviene essere ignorante. La terza caratteristica, la vuota retorica, è una conseguenza ovvia e diretta delle prime due: se non si possono fare proposte e se si deve nascondere la propria ignoranza cosa si può dire, visto che dire qualcosa fa parte del mestiere di un politico? Occorre esprimersi con una forma che mascheri l’assenza di sostanza, e fare promesse per domani che nascondano l’inadempienza di oggi: “il possibile non lo facciamo, ma l’impossibile ve lo prometto fin d’ora” diceva anni fa un politico in un intelligente fumetto (Le cronache di Fra Salmastro, di Enzo Lunari). Un autentico capolavoro da questo punto di vista è lo slogan totalmente privo di significato della Festa Nazionale Democratica di Genova (2013):Perché l’ Italia vale. E’ facile immaginare un acceso dibattito in cui frasi come “dalla parte dei lavoratori” o “per un Italia giusta” venivano escluse per non dispiacere ai padroni o, rispettivamente, ai delinquenti.

Che fare?

Fin qui ho usato un tono faceto, ma è evidente la gravità di quanto sopra: abbiamo a che fare con una malattia molto seria della democrazia. I sintomi e la diagnosi sono evidenti; lo è anche la terapia, come ora vedremo. Ma per continuare con la metafora, tale terapia è troppo costosa, l’Italia non è in grado di pagarla, e quindi la prognosi è probabilmente infausta.

La terapia richiede infatti che venga ridata ai politici la libertà di parola, nel senso che dire le cose giuste non implichi una penalizzazione ma una promozione; e che ciò li induca quindi a rimettersi a pensare e a studiare. Ma il ripristino della libertà di parola implica a sua volta due cose.

In primo luogo occorre che il mercato politico torni ad essere concorrenziale. Bisogna che chi fa delle proposte giuste e ragionate possa essere ascoltato e premiato dagli elettori. Come abbiamo visto, esiste un circolo vizioso che fa sì che sia non solo inutile ma dannoso elaborare proposte sensate (cosa che tra l’altro richiede impegno e tempo, necessariamente sottratti ad altre attività), se non altro perché non si sarebbe comunque ascoltati[5]. Una maggiore concorrenza fra i politici richiede a sua volta un sistema elettorale in cui la partecipazione di molti partiti, lungi dall’essere ostacolata, siaincoraggiata[6]. Il circolo vizioso deve diventare un circolo virtuoso in cui i partiti sono incentivati a produrre buone idee (e quindi realistiche: un’idea non realistica non può essere buona), perché queste saranno valutate e premiate dagli elettori. Non da tutti, sopratutto in periodi di crisi, quando un’idea realistica richiede che qualcuno venga danneggiato; ma da un numero sufficiente perché valga la pena proporla.

In secondo luogo occorre spezzare il legame fra fedeltà a un partito e accesso alle cariche amministrative. Ciò renderebbe meno costoso per un funzionario intelligente prendere le distanze dall’ortodossia del partito. Anzi, avere idee buone e originali potrebbe addirittura convenire se questo propiziasse la nomina a posti di responsabilità, anziché ostacolarlo, come avviene ora.

Le due proposte sono sostanzialmente ovvie. Ma altrettanto ovviamente ci sono forze potenti e, ahimè, vincenti che ne impediscono l’adozione. L’occupazione delle amministrazioni da parte dei partiti è giunta a un punto tale che difficilmente può esistere qualcuno che abbia acquisito le competenze necessarie senza essere organicamente legato a uno di essi, con le conseguenze che abbiamo visto. E i due partiti maggiori stanno riuscendo a blindare le elezioni in modo tale da potere scegliere i candidati che saranno eletti, obbligando così chiunque voglia competere per una carica politica (e amministrativa) a passare attraverso di essi. E’ possibile, e secondo me probabile, che gli storici futuri vedranno nell’approvazione dell’Italicum il punto di non ritorno nel processo di abrogazione della democrazia rappresentativa nel nostro paese. Fermare l’Italicum è condizione necessaria per il mantenimento della democrazia; non è però condizione sufficiente.

NOTE

[1] Professore ordinario di Politica Economica e di Teoria delle Scelte Collettive presso l’Università del Piemonte Orientale.

http://temi.repubblica.it/micromega-online/cattiva-politica-ce-della-logica-in-questa-follia/

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La luna nel secchio

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Gli occhi seguivano le gocce di pioggia che dalla grondaia cadevano giù nel secchio di stagno che era stato messo la sotto non caso. La cadenza era simile agli scatti con cui la lancetta dei muniti segna i secondi nell’orologio, con la sola differenza che il tempo esplode negli orologi e implodeva in quel secchio in tanti perfetti cerchi concentrici nel cui vortice veniva risucchiato ogni memoria persino la speranza.

Ridestarsi da quel ritmo ipnotico di gocce, cerchi e profondità non era semplice, probabilmente perché non era neanche voluto, in fondo in quel triangolo perfetto tra occhi, grondaia e secchio, si era stabilito un dialogo fatto con geometrie tenute insieme solo dalla flebile scia lasciata da sguardi e scie di pioggia.

Ad ogni goccia, per ogni istante cadevano giù in un mare di pensieri probabilmente inutili se una parte di questi non fossero stati ricordi di una vita vissuta altrove.

Intanto incominciò di nuovo a piovere, quelle che prime erano gocce, pian piano si trasformarono sempre più in sottili aghi di pioggia, che neppure l’animo più sensibile sarebbe riuscito a controllare, il tempo fuggiva via troppo velocemente, e così fu che istintivamente alzandosi diede un calcio a quel secchio nel tentativo estremo di fermare tutto e far smarrire nella pioggia tutti quei pensieri che aveva depositato in quel secchio in cui la luna non potè mai più riflettersi…il secchio rotolando si fermò un po’ più in là.

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Matteo Renzi show

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Quando un dito indica la luna, se il dito è quello di un politico, la luna non la guardo nemmeno! Meglio essere stupidi che essere ingannati!

Ho ascoltato la conferenza stampa di Renzi, durante la quale ha presentato il programma dei mille giorni, non c’è che dire, il Presidente del Consiglio è un vero showman, domina la folla, stampa compresa, come un vero mattatore sa fare, facendo sfoggio di una cultura non solo politica e citando a caso passi di letteratura che nulla avevano a che vedere con il contesto, giusto per il gusto di atteggiarsi!

:<<A me le masse, con gelato o senza, vi farò vedere di cosa sono capace, vi darò un sogno in cui credere, un illusione in cui crogiolarsi, vi dimostrerò la mia potenza e come un vero prestigiatore, al momento opportuno, vi caccerò il coniglio dal cilindro, lo stesso che guarirà tutti i vostri mali! Vi mostrerò la luna, e guardando la luna, finirete nel pozzo>>:!

Battute a parte, Renzi ha ottenuto la fiducia di oltre il 40% degli italiani, dando ad essi l’impressione di una svolta entro 100 giorni, una volta carpita questa fiducia, vi piazza i mille giorni, durante i quali può succedere di tutto, compresa una guerra! Ma chi non arriva a metà mese, può aspettare tre anni?! Allora è vero che il futuro è solo un’opzione?!    

Quando il cancelliere tedesco Schröder approntò riforme strutturali in una Germania in piena crisi, le stesse su cui la Merkel ha costruito il proprio consenso, successivamente i socialdemocratici persero le elezioni, le vinsero chi andava oltre  Schröder,  Renzi non è neanche capace di eliminare l’80% delle inutili e dispendiose municipalizzate, perché costituiscono un indispensabile bacino di voti per il PD che domina nelle amministrative.

Valuto un politico in relazione alla sua capacità autolesionistica, cioè più si comprimono i privilegi della casta, termine ormai caduto in disuso, maggiori saranno i benefici per il Paese.

Renzi ha sostituito una casta con un’altra e il criterio di selezione non è stata la competenza, bensì  la fedeltà e l’appartenenza, sulla spinta di Napolitano con il quale ha instaurato inusitate prassi istituzionali, non teme il compromesso con un partito fondato da mafiosi, insozzando a piene mani la Costituzione.

Di tutta questa faccenda, interna al PD, la cosa che più mi preoccupa e che prima o poi, ci sarà una tardiva scissione interna, in cui una piccola minoranza di “ortodossi di sinistra” che ora stanno lavorando per Renzi, lascerà il partito, ma sarà troppo tardi, perché il premier porterà a casa la parte grossa del malloppo e insieme agli attuali alleati palesi e non, formerà la prossima legislatura di moderati, che approfittando del nuovo assetto istituzionale, potranno spadroneggiare per i prossimi 30 anni!

Ma qualche trucco del mestiere lo conosco, e non mi lascio ingannare da facili finzioni, come ad esempio la politica del fare! Quando andrò a votare alle prossime elezioni politiche, il mio criterio guida non sarà quello che il Governo ha fatto, sicuramente saranno fatte molte cose utili per il Paese, non voglio cadere nel facile ruolo delle parti tra Governo e finta opposizione, giudicherò Renzi in base ai problemi risolti! Disoccupazione, elevata tassazione, costo del lavoro, deflazione, deindustrializzazione, debito pubblico, corruzione, evasione e non da ultimo elevata ingiustizia sociale; questi sono i problemi, vorrei che ne risolvesse almeno uno!!!

Vi è mai capitato a scuola, durante un’interrogazione di non conoscere la risposta alla domanda del professore?!

  • Professore:<<Rossi, mi parli di Nino Bixio>>
  • Rossi: <<Garibaldi nacque a… … …>>
  • Professore:<< Ma io ti ho chiesto di parlarmi di Bixio, non di Garibaldi!>>
  • Rossi:<< Mi scusi professore, credevo… Bixio era amico di Mazzini, il fondatore della Giovine Italia… … …Vittorio Emanuele II… … …!!!???

In pratica Il Sig. Rossi non conosceva chi fosse Nino Bixio e cercava di deviare la conversazione su argomenti che lui conosceva, ma che solo lateralmente avevano a che vedere con la domanda!

Se andate dal salumiere e chiedete un etto di prosciutto crudo e vi viene offerta della buonissima mortadella, Voi cosa rispondete?!

Ricapitolando, in Italia da una parte abbiamo i ben noti problemi, dall’altro  le soluzioni, che possono essere diverse, basta ascoltare seri economisti, Renzi non da soluzioni, Renzi offre al Paese un sogno una visione…si una visione… … …e fu così che gli italiani camparono con una visione!!!

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